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«Era un cane, un cane enorme, nero come la pece; ma non
un cane che occhi mortali potessero avere mai veduto. Mai,
neppure nei sogni allucinanti di un cervello impazzito
sarebbe stato possibile concepire qualcosa di più
spaventoso, di più ossessionante, di più infernale di quella
forma scura, di quell’apparizione selvaggia che ci comparve
improvvisamente dinanzi, fuori dal muro di nebbia…».(da
«Sherlock Holmes: il Mastino dei Baskerville» di Sir Arthur
Conan Doyle).
Se possiamo ancora oggi scrivere del vecchio mastino inglese
come di una razza non estinta lo dobbiamo ad una signora
londinese di nome Nora Dickin.
Se non ci fosse stata questa donna straordinaria oggi
discuteremmo del cane nazionale inglese solo da un punto di
vista storico, come facciamo con altri molossoidi non più
esistenti quali il polacco-prussiano «Danzigher», il
belga-tedesco «Bullenbeisser», lo spagnolo «Perro da presa»
ed altri.
Può sembrare paradossale ma la storia vera del mastino
inglese comincia poco più di quarant’anni fa quando,
all’inizio del secondo dopoguerra, un censimento effettuato
dall’Old English Mastiff Club dimostrò drammaticamente che
la razza, nel paese d’origine, era praticamente estinta. Per
la verità, a quell’epoca, una ventina di soggetti vivevano
ancora, ma la maggior parte erano vecchi e non più in grado
di procreare. Cosa era accaduto? La guerra aveva falcidiato
completamente la razza e soltanto una femmina era rimasta in
condizione di produrre. La situazione era così critica che
richiedeva drastiche misure ad evitare che il più antico
cane inglese; dopo il bulldog, si estinguesse.
La signora Dickin, allora segretaria del club, affrontò il
problema con grande energia. Ella propose di visitare
l’America per reperire alcuni maschi in grado di coprire
quella femmina e acquistare possibilmente anche alcune
cagne, impresa peraltro disperata perché anche in Canada,
come negli Stati Uniti, i mastiff erano pressoché scomparsi.
In una riunione del consiglio direttivo del club inglese,
tenutasi nel 1948, fu destinato un fondo allo scopo di
comprare cani. Tale fondo fu conseguito col pagamento di un
minimo di 10 sterline per socio. La ricerca ottenne un
positivo risultato perché, nell’assemblea generale annuale
del 1949, i signori Mellish, di Victoria (Canada), furono
pubblicamente ringraziati per avere spedito al club due
mastiff, maschio e femmina, senza richiederne il pagamento.
Unica riserva poter avere due cuccioli per il futuro. Alla
fine di quell’anno i mastini di proprietà del club
consistevano di sei femmine e tre maschi adulti e di sei
cuccioli, oltre ad una cagna di otto mesi che si trovava in
quarantena.
Il cinologo inglese Croxton Smith scrisse poco dopo: «per
merito della signora Nora Dickin il club del vecchio mastino
è riuscito a superare la sua massima crisi e i
ringraziamenti per lei non saranno mai sufficientemente
grandi. Io considero i mastiff un tesoro nazionale in quanto
rappresentano la più antica razza britannica, dato che era
già in quest’isola prima che Giulio Cesare vi facesse
visita».
Per la verità tutta la storia del mastino inglese è
contrassegnata da crisi di sopravvivenza come è accaduto per
altre razze similari quali il dogue de Bordeaux e il già
citato Perro da presa spagnolo.
Vale la pena di dare un rapido sguardo a questa storia. La
più accreditata ipotesi sull’origine del mastiff è quella
che lo vorrebbe discendente (attraverso il mastino
assiro-babilonese pesante, che ha come antenato il mastino
tibetano gigante, oggi estinto) del «canis familiaris
inostranzewi», già presente in Asia e nell’Europa
settentrionale durante l’età del bronzo. La stessa origine,
secondo questa ipotesi sostenuta dallo Struder, avrebbe
anche il sambernardo.
Il «canis familiaris inostranzewi» deriverebbe a sua volta
dal Tomarctus, il predatore dalle zampe corte vissuto da 10
a 15 milioni di anni fa. Sempre secondo lo Studer fin dai
più remoti tempi l’uomo cercò di ottenere cani di massima
taglia che per mole o forza dei mascellari fossero in grado
di combattere contro nemici e grossi animali. Questi cani
erano in genere dei brachignati (a muso corto) nei quali la
pelle della faccia non si era raccorciata come lo scheletro
e formava quindi delle pieghe più o meno rilevate.
Lo Studer sostiene che in tali soggetti i mascellari,
divenuti più corti che negli altri cani, erano anche
spessorialmente più massicci per adattarsi ad una dentatura
enormemente sviluppata. A loro volta i muscoli masticatori,
divenuti potentissimi, ebbero punti di attacco molto
ampliati rispetto alla norma (cresta sagittale esterna,
docce ossee per le inserzioni muscolari e arcate
zigomatiche).
Mi permetto di aggiungere allo Studer che in cani di questo
tipo la mandibola così raccorciata diviene ricurva ed il suo
corpo rimonta in alto in modo da avere una morsa più
efficace; infatti i mascellari sono simili a una pinza
chirurgica, cioè ad una leva di terzo grado avente il fulcro
nell’articolazione temporo-mandibolare, il punto di presa (o
di resistenza) nella parte anteriore delle mascelle fra
incisivi e canini e la potenza in una zona intermedia fra il
punto di presa e il fulcro.
Quando il corpo della mandibola è corto e per di più ricurvo
e rimontante, la leva non solo diventa più potente, ma più
efficace, perché il punto di potenza, a differenza dei cani
a muso lungo, si avvicina di più al punto di resistenza,
cioè di presa.
In questi cani il muscolo massetere, che trae origine
dall’arcata zigomatica e termina sulla branca mandibolare
(nella fossa masseterina e nell’angolo della mandibola), è
estremamente massiccio e di grande spessore come peraltro il
muscolo temporale che si inserisce sulla cresta sagittale
esterna e , riempiendo di sé la fossa omonima, termina sulle
branche mandibolari.
La tipologia sopra descritta è propria di tutti i grandi
mastini, dal sambernardo (che però ha le bozze frontali in
particolare rilievo per ragioni legate alla sua funzione
teleolfattiva) al mastiff, al matino napoletano, al dogue de
Bordeaux, al bullmastiff e al terranova. Il bulldog invece,
quale forma teratologia, ha una cresta sagittale pochissimo
sviluppata.
Circa la presenza del mastiff in Inghilterra molte sono le
ipotesi. Secondo la più diffusa e suggestiva quando le
truppe di Cesare nel 56 a.C. invasero le isole britanniche,
si trovarono di fronte due tipi di cane. Un primo tipo era
basso, supertarchiato, con testa sproporzionata al corpo,
mascellari raccorciati e potentissimi che azzannarono ai
polpacci i legionari provocando non pochi danni. Questi
cani, presumibili antenati dei bulldog, sarebbero stati di
origine celtica, e quindi presenti in Inghilterra da secoli
e secoli. Un secondo tipo di cane, che diede ancora più
disturbo alle legioni romane, era costituito da soggetti di
inusitata grandezza, in tutto simili ai mastini
assiro-babilonesi pesanti, e quindi dotati di forza
straordinaria. Di questi mastini assiri pesanti (antenati
del mastiff come del sambernardo) abbiamo un’efficace
rappresentazione in un coccio di situla votiva trovato in
Birs Nimrud (Ninive) e conservato al British Museum di
Londra. Riproduce un grande molossoide da combattimento a
pelo corto tenuto da un conduttore. Il cane, di statura
gigantesca e di proporzioni erculee, è difeso da una corazza
di cuoio e da una maschera di sembianza leonina per incutere
terrore.
A supporto della tesi sopra riportata vi sono gli scritti di
Gratius Falsicus, nella sua opera intitolata «Cinegetica».
Secondo Gratius Falsicus i cani inglesi denominati poi «pugnaces»
erano assolutamente superiori ai cani romani (in genere
molossi dell’Epiro) che le falangi avevano condotto con sé
nella conquista della Gran Bretagna. I Romani rimasero
affascinati dai giganteschi cani inglesi e, terminata la
conquista delle isole britanniche, li portarono a Roma per
utilizzarli nelle arene in combattimenti contro bestie
feroci. Ma i Romani introdussero al di là della Manica anche
leoni, orsi e leopardi, per opporli, anche in madrepatria,
ai possenti mastini negli spettacoli circensi che, più o
meno modificati, si sono protratti in Inghilterra fino
all’ottocento.
Tre secoli dopo Cristo, Oppiano di Apamea così descrive i «pugnaces
britannici»: «grandissima taglia, corpo pesante e muscoloso,
testa grossa, muso corto con buon labbro». Come si vede sono
le caratteristiche proprie dei mastiff, peraltro mostrate
nelle ceramiche romano-britanniche (50 a.C.) in
rappresentazioni di caccia alla grossa selvaggina.
Secondo la già citata ipotesi, i mastiff sarebbero stati
introdotti nelle isole britanniche dai mercanti fenici
probabilmente 5/6000 anni prima dell’invasione romana. I
Fenici avevano rapporti commerciali sia con gli Assiri che
con le popolazioni inglesi.
Una seconda teoria afferma che un cane del tutto simile
all’attuale mastiff sarebbe esistito nelle isole
britanniche, portatovi all’epoca delle migrazioni celtiche,
fra i 2000 ed i 1700 anni prima di Cristo. I Celti, che
provenivano da un’area situata nell’Europa centrale fra Reno
e Danubio, prima delle loro migrazioni intrattenevano
rapporti coi popoli orientali. Quindi, questa ipotesi
“celtica”, avvalorerebbe, come la prima, l’origine asiatica
del mastiff.
Secondo una terza ipotesi il mastiff sarebbe un discendente
del molosso greco-romano introdotto in Inghilterra dai
Romani stessi, e i cani britannici incontrati dalle legioni
sarebbero stati soltanto gli antenati degli attuali bulldog,
cioè di taglia assai più ridotta. Anche questa ipotesi non
esclude, attraverso il molosso romano, l’origine asiatica
del mastiff.
Data la grande somiglianza del mastiff col molosso assiro,
gli studiosi propendono comunque per la prima ipotesi.
Dopo lo caduta dell’Impero Romano il mastiff fu usato per la
guardia e la protezione delle corti. Il nome «band dog»
(cane da catena), che in seguito gli venne dato, trae
origine da questo suo impiego.
Sotto il re normanno Knud il Grande (995-1035) il mastiff
venne citato nelle leggi forestali, secondo le quali ogni
centro abitato doveva essere munito di un mastino per
salva¬guardare uomini e bestiame dall’attacco dei lupi e di
altri animali da rapina.
Ancora sotto Enrico III d’Inghilterra e Duca d’Aquitania
(1207-1272) i mastiff, che erano tenuti nelle vicinanze
delle foreste reali ricche di cacciagione, dovevano per
legge essere mutilati di tre dita del piede anteriore
affinché fossero incapaci di aggredire la selvaggina. Dopo
la conquista normanna della Britannia, la lingua di nobili,
giuristi e letterati divenne il francese arcaico e il «cane
da catena», cioè il «band dog» fu chiamato «mastin». Dal
1300 in poi nelle leggi forestali e nelle narrazioni di
caccia il «band dog», poi di¬venuto «mastin», passò alla
voce anglicizzata di «mastiff», ma anche di «mestiff», «masty»,
«masty-hound» ed anche «maystiff»; comunque in alcune contee
inglesi perdurò fino al rinascimento il nome di «band dog» o
di «alaunt».
Alla fine del Medioevo la guerra dei Cent’anni fu
determinante non solo per la storia europea ma anche per la
storia del mastiff. Molti storici raccontarono le vicende di
Sir Peer Legh il quale, gravemente ferito nella battaglia di
Azincourt (vicino a Parigi), fu pro¬tetto e difeso per
giorni dalla sua cagna mastiff e dovette esclusivamente ad
essa la sua salvezza. La famiglia di Sir Peer, per
riconoscenza, allevò tutti i discendenti di quella cagna. I
più antichi alberi genealogici del mastiff hanno infatti la
mastina di Azincourt come capostipite.
Circa cento anni più tardi della battaglia di Azincourt
(cioè nel 1515), la famiglia Legh fe¬ce edificare il
castello di Lymehall che diede il nome ad una stirpe di
mastiff protrattasi fino a tutto il secolo scorso. Il
castello di Lymehall è oggi un museo che riunisce un’am¬plissima
ed unica raccolta di opere d’arte, sculture, quadri, disegni
e fotografie che ri¬guardano solamente il mastiff. Questa
raccolta fu integrata dalla signora Maria Antoinette Moore,
una ricchissima allevatrice e giudice di mastiff americana,
autrice fra l’altro di un bel libro sulla razza.
Successivamente all’allevamento di Lynehall (che è il più
antico), sorsero anche altri importanti ceppi, come quello
di Chatsworts del Duca di Devonshire e quello del castello
di Elvaston di Lord Harrington. In breve il mastiff divenne
il pupillo dello nobiltà terriera che lo allevava con cura
nei pro¬pri castelli.
Il vecchio mastino inglese è stato cantato da poeti e
scrittori, e William Shakespeare (nel dramma Enrico V) fa
dire a due ufficiali francesi, dopo la battaglia di
Azincourt: «Questa isola inglese ha delle ben valorose
creature, i suoi mastiff hanno un coraggio incomparabile».
Coraggio, valore ed aggressività facevano dei mastiff cani
da guerra altamente stimati, ed anche come guardiani essi
erano contrassegnati da fedeltà ed incorruttibilità. I
mastiff venivano altresì utilizzati nelle battute di caccia
contro orsi e cinghiali; le loro potentissime mascelle, uno
volta serrate, erano mortali. Ad ogni modo il compito
primario del mastiff in ogni tempo è sempre stato la guardia
e la protezione della casa e della corte. Ciò è ben spiegato
da Giovanni Caius, dottore di fisica all’università di
Cambridge (nonché medico personale di Elisabetta I), nel suo
trattato «De canibus britannicis».
Fra le molteplici funzioni per le quali il mastiff è famoso
dai tempi dei romani fino al secolo scorso ve ne sono anche
di poco nobili come combattere in spettacoli circensi contro
orsi, tori, leopardi e leoni. Nel rinascimento il rapporto
era di tre mastiff contro un orso e di quattro contro un
leone.
La regina Elisabetta I che, come suo padre, non aveva certo
scrupoli morali, prediligeva tali “divertimenti”. Quando
viaggiava attraverso le contrade inglesi si organizzavano in
suo onore tornei fra mastiff e orsi. I mastiff erano infatti
prediletti da Elisabetta I che ne teneva qualcuno anche in
casa. L’ambasciatore di Elisabetta I in Francia, Lord
Buckurst, possedeva un gigantesco mastiff che, raccontano,
massacrò un orso, un leone ed un leopardo nell’arena. E’
certamente vero che in tutto ciò vi sono delle esagerazioni,
però il fatto dimostra in quale conto fosse tenuto il
gigantesco mastino inglese. E’ di quell’epoca il detto: «ciò
che è il leone paragonato al gatto lo è il mastiff
confrontato al leone».
Anche i sovrani successori di Elisabetta I condivisero con
lei la passione per il mastiff e per gli spettacoli cruenti
che lo vedevano protagonista. In seguito il mastiff venne
esaltato nelle favole, nelle ballate e nelle poesie inglesi
e scozzesi come cane nazionale da guardia.
Va precisato che allora i cani venivano selezionati più in
relazione ai compiti che dovevano svolgere che non in base a
canoni morfologici come facciamo ora. Quando si trattava di
esaltare alcune caratteristiche utili venivano introdotte
nel mastiff altre razze. Per esempio, al fine di
incrementare la potenza alla presa, furono immessi
costantemente il bulldog ed anche gli incroci
bulldog-mastiff poi chiamati bullmastiff. Occasionalmente fu
utilizzato anche il dogue de Bordeaux, che all’epoca era
molto più simile al mastiff di quanto non sia oggi. Va
ricordato, del resto, che anche il mastiff fu immesso
ripetutamente nel dogue de Bordeaux, come il tipo a maschera
nera può tuttora dimostrare.
Per aumentare l’olfatto furono introdotti cani di tipo
bloodhound e, per ingigantire la mole fu a più riprese
inserito il sambernardo che allora si chiamava «mastino
alpino». Anzi il rapporto mastiff-sambernardo, anche
all’epoca delle esposizioni canine, fu costante. Da tali
numerosi incroci scaturì una certa difformità di tipo come è
dimostrato dalla copiosa iconografia che, dal medioevo in
poi, ci è rimasta sul mastiff.
Nel secolo scorso la razza cominciò ad essere allevata in
purezza anche se, per rompere la consanguineità, veniva
ancora usato saltuariamente il sangue delle succitate razze.
Diversi pedigrees di quell’epoca hanno in alcuni punti dei
vuoti proprio in rapporto all’introduzione di sangue
estraneo.
Il decennio 1870-80 fu uno dei più favorevoli per lo
sviluppo della razza. Nel 1872, durante l’esposizione canina
del Crystal Palace di Londra, furono presentati ben 81
mastiff. Nel 1833, nello stesso Crystal Palace, venne
fondato il club di razza col nome di «Old English Mastiff
Club» (che è uno dei più antichi club cinofili britannici).
I primi soggetti da esposizione furono Turk, un cane ben
costruito ma col muso lungo; Beaufort; Wolsey e soprattutto
il grande Peter Piper, riprodotto in una litografia
pubblicata in Francia nel 1897 che mostra un cane di
straordinaria tipicità.
Da quanto si è scritto su di lui risulta che fosse prognato
e col muso molto corto, tuttavia la testa che vediamo nella
litografia è di grande effetto per l’espressione e per il
caratteristico corrugamento delle arcate sopraccigliari che
ancora oggi fa testo. Nei primi del novecento la razza
continuò ad affermarsi con alterne vicende e con un numero
abbastanza rilevante di registrazioni al Kennel Club. Alcuni
allevatori sostenevano la necessità di una testa corta e con
un forte brachignatismo, altri erano per una testa sempre
corta ma che si armonizzasse meglio con la figura. Il muso
corrispondente al 33-34 per cento della lunghezza totale
della testa era da considerarsi il migliore. L’espressione
doveva essere nobile e solenne.
La prima guerra mondiale colpì gravemente lo sviluppo della
razza. Contro 60 registrazioni di cuccioli al Kennel Club
nel 1913 e 54 nel 1914, nel 1918 se ne ebbero soltanto 3. La
popolazione dei mastiff era stata decimata a causa della
guerra. Ciò rese essenziale, fino al 1930, l’incrocio col
bullmastiff. Questa razza, riconosciuta nel 1924, ma in
fondo antica di centinaia d’anni, era nel primo dopoguerra
ancora in fase di riconoscimento anche se i suoi
rappresentanti, più piccolo dei giganteschi mastiff, avevano
meglio sopportato le conseguenze del conflitto. Questo
incrocio col bullmastiff, e parzialmente anche col
sambernardo, si rese necessario per salvare la razza
dall’estinzione. Esso fu tuttavia contestato da alcuni
importanti allevatori inglesi, primo fra tutti dal signor
Oliver, che era orgoglioso del proprio ceppo impostato
sempre in purezza. Col suo affisso di Hellingly produsse tre
stalloni che fecero la storia della razza agli inizi degli
anni trenta. Essi erano Marcsman of Hellingly, Cardinal of
Hellingly e, soprattutto, Joseph of Hellingly che divenne il
patriarca di questo importante allevamento. Altri
fondamentali elementi prodotti da Oliver furono King Baldur
of Hellingly (un figlio di Joseph), poi King of Hellingly,
Boadicea of Hellingly (dalla impeccabile costruzione), Lady
Here of Hellingly, la bellissima Flora of Hellingly e Brian
of Hellingly (questi ultimi due, figli di Joseph).
Anche in quel periodo (allevamento Hellingly escluso) fu
introdotto il bullmastiff il cui influsso fu poi
parzialmente eliminato. Tuttavia i musi corti, riscontrabili
tuttora in alcuni soggetti, dimostrano chiaramente che la
presenza del bullmastiff nel vecchio mastino inglese si fa
ancora sentire.
Nei pedigrees degli anni venti compaiono, al posto del nome
di un antenato, delle notazioni come: «non registrato»,
«sconosciuto», oppure «bullmastiff». Comunque sorsero in
quel periodo allevamenti come il Withybush di miss Beh e l’Havengore
della signora Scheerboom che furono, assieme al già citato
Hellingly, le colonne portanti della razza. Cani famosi,
oltre ai menzionati soggetti «of Hellingly», furono la
bellissima Ch. Young Mary Bull che tuttavia risentiva
dell’influsso bullmastiff e la Ch. Miss Bull.
Dello stesso periodo sono Broomcourt Jem, allevato dal
signor Bennet e di proprietà di miss Janthe Beh e il famoso
Broomcourt Romeo, il quale mostra anch’esso, però, con la
sua lieve convergenza, un certo retaggio bullmastiff. Ottimo
soggetto degli anni venti fu pure la campionessa Stella
Menai.
Negli anni trenta e quaranta il mastiff conobbe un periodo
di grande splendore con la produzione di cani eccezionali
per tipicità e potenza. Mi sono sempre rimasti impressi i
cani di Havengore, quali Addam e Sammy of Havengore, ma
soprattutto il tigrato Drake of Havengore, che ritengo
tuttora il più bel mastiff mai vissuto.
Questo risultato fu ottenuto non sempre in maniera ortodossa
perché vennero utilizzati sia i sambernardo che i
bullmastiff. A proposito del sambernardo è interessante
notare che i mastini inglesi a pelo lungo (che ogni tanto
compaiono nelle cucciolate) derivano dall’introduzione di
sangue sambernardo a pelo lungo. La testa del campione
Christopher of Havengore mostra, nel profilo, le
caratteristiche bozze frontali e la tipica convergenza dei
sambernardo. A questa immissione di sangue estraneo si deve
anche il mastiff cosiddetto «a pelo di vacca», che deriva
dal sambernardo a pelo corto. E’ questo un pelo più lungo di
quello classico del mastiff, ma che lo fa tuttavia
classificare come pelo normale, anche se un po’ più lungo.
L’allevamento di Hellingly, che aveva sempre selezionato in
purezza, quando cessò l’attività disperse la sua stirpe che
andò ad alimentare linee certamente non così incontaminate.
Va precisato che i cani di Hellingly avevano una costruzione
e un movimento eccezionali, ma le teste erano alquanto
deboli, soprattutto nel muso, almeno secondo la tipologia
che noi oggi desideriamo nel mastiff (cioè canna nasale ad
1/3 della lunghezza totale della testa e grande quadratura
sia del muso che del cranio).
Su questo tema mi scrisse nel 1963 un’interessante lettera
l’allora segretaria del club inglese del mastiff Nora Dickin.
Durante la seconda guerra mondiale la situazione della razza
precipitò. Nella prima fase del conflitto erano stati
inviati negli Usa e nel Canada alcuni mastiff per salvarli
dai bombardamenti e dalla fame. Viceversa i cani rimasti in
Inghilterra, causa la scarsità di cibo, non poterono essere
nutriti. Durante la guerra vennero registrate al Kennet Club
soltanto due cucciolate. Finita la guerra, di questi
cuccioli solo una cagna fu in grado di procreare. Il suo
nome era Sally di Coldblow. Accoppiata con maschi
reimpostati dall’America, come si è visto produsse
complessivamente 30 cuccioli che costituirono praticamente
tutta la popolazione mastiff esistente in Inghilterra. Su
basi così esigue, il più estremo embreeding non poté essere
evitato: fratello con sorella, padre con figlia, figlio con
madre. Questi accoppiamenti garantirono la sopravvivenza
della razza, ma il prezzo fu pagato riducendo la spinta
vitale, la fecondità, e aumentando le tare, soprattutto
caratteriali.
Anche nel secondo dopoguerra furono effettuati incroci col
bullmastiff, col sambernardo e, pare, anche con l’alano e il
mastino napoletano. Da quanto risultò negli anni successivi
questi incroci non ebbero però un’influenza determinante e
gli allevatori riuscirono ancora a produrre soggetti di
eccezionale tipicità. Fra questi basti citare Jason of
Copenore, un ottimo stallone non molto alto ma piuttosto
pesante e dotato di eccezionale espressione e la sua
allevatrice, signora Lindley, ebbe con me uno scambio di
lettere abbastanza nutrito e molto m’insegnò sul vecchio
mastino. Ottima anche una figlia di Jason, Cresta of
Copenore che, coperta dal padre, diede buoni prodotti.
Un vero campione fu pure Copenore Rab, di proprietà della
signora Degerdon, che produsse la bellissima femmina
Grangemoor Nell. Altro famoso cane fu Milf Murias, sempre
della signora Degerdon, che diede inizio ad una serie di
vincitori sia in Inghilterra che in America. Altri
importanti allevamenti nel dopoguerra furono il Weatherhill
del dottor Allison; il Perchwood della signora Hector; il
Klsumu della signora Craigh, e poi il tuttora attivo Bulliff
Kennel, ubicato nei dintorni di Oxford, dai signori Say.
Purtroppo nel 1960 la morte di miss Janthe Bell, che già fin
dal 1925 era stata attiva nell’allevamento, inferse un duro
colpo alla razza anche perché nel testamento lasciò scritto
che tutti i suoi mastiff superiori ai diciotto mesi fossero
soppressi. Per eseguire le sue volontà furono eliminati 17
cani. Solo una cagna che allattava i suoi cuccioli e tre
cucciolini rimasero in vita: fra questi l’eccellente
Withybush Superbus che originò un’ottima linea.
Dopo gli anni sessanta si costituirono nuovi allevamenti che
incrementarono ulteriormente la razza. Personalmente ho
avuto il piacere di conoscere quasi tutti questi nuovi
allevatori. La signora Degerdon, titolare dell’affisso
Grangemoor, ora trasferitasi in America, ha prodotto una
serie di notevoli campioni fra i quali il possente
Grangemoor Cadivor. Un cane della signora Degerdon che mi
fece impressione fu il campione Dare Devil of Hollesley,
detto Max, di origine parzialmente americana.
Attualmente il mastiff si sta incrementando sia in Europa
che in America ed è possibile vedere qualche esemplare di
classe nelle esposizioni. Ci auguriamo che questa
straordinaria razza possa ritornare agli splendori degli
anni trenta quaranta. |